ICONARS

ICONARS

Iconars è un progetto di tokenizzazione di opere d’arte fisiche basato sulla tecnologia blockchain. La proprietà di opere d’arte può essere parcellizzata e resa disponibile all’acquisto tramite smart contract e token di utilità, usando i registri distribuiti per certificazione, sicurezza e trasparenza delle transazioni.

Da chi è formato il team, la vostra età?
Il nostro team è formato da quattro elementi: Gianfranco Rosini, direttore, 58 anni, Elisabetta Cuchetti, coordinamento, 44 anni, Davide Schinaia, responsabile di progetto, 55 anni e Maria Vittoria Righi, marketing, 28 anni.

Descrivi in poche righe l’attività che svolgerete dopo aver impiantato l’impresa.
Il core business sarà il frazionamento e la tokenizzazione su blockchain della proprietà di opere d’arte. Si potrà diventare comproprietari di opere di grande valore – un Modigliani o un Wharol, ad esempio – cominciando da cifre modeste. L’acquisto di token d’arte ha due valori principali: è un investimento sicuro e virtuoso; è una riprova sociale.
La nostra offerta on-line potrà essere declinata anche in spazi espositivi, costituendo un “Open Museum” dove gli amanti del bello potranno acquistare prodotti e servizi collaterali.

L’idea nasce da una passione personale o dalla prevalente sensazione che possa produrre business?
Entrambi: nel nostro team siamo tutti appassionati all’arte e amiamo la cultura. Al tempo stesso, siamo attenti alle innovazioni sia tecnologiche che finanziarie e troviamo stimolante la possibilità di elaborare nuovi modelli di business. D’altra parte, anche progettare un’impresa innovativa è un’operazione culturale, soprattutto se stiamo attenti all’aspetto umano e alla sostenibilità.

Chi è il tuo modello di imprenditore/imprenditrice… e perché?
Siamo un po’ scettici verso i “re mida” idolatrati dalla cultura di massa, come Jeff Bezos o Elon Musk. Ci piace pensare a reti di collaborazione e scambio di valore. E poi abbiamo degli esempi virtuosi di fama mondiale, tutti italiani, che non vorremmo dimenticare. Andando a ritroso: Brunello Cucinelli, Adriano Olivetti, Enrico Mattei…

A tuo parere l’ostacolo più alto per una nuova impresa qual è?
Aprire un’impresa in Italia… è un’impresa. Se pensiamo soltanto agli adempimenti e alla tassazione, si capisce che bisogna veramente essere motivati e innamorati della propria idea per superare gli ostacoli. Un altro fattore critico è la rigidità della maggior parte delle banche, completamente sorde al potenziale delle start-up innovative.
Nel nostro merito, poiché il nostro capofila risiede a San Marino, questa potrebbe esse una sede ideale sia per le questioni fiscali e burocratiche che per una visione transnazionale che è insita nel nostro progetto.
Un ostacolo di altra natura potrebbe risiedere nella visionarietà delle idee a cui stiamo lavorando, tale che potrebbe attirare “speculazioni esterne” potenzialmente esiziali per il “cerchio magico” esistente fra i quattro fondatori e le realtà imprenditoriali con le quali stiamo allacciando i rapporti.

Quali benefici in particolare avete ricevuto dal percorso di formazione intrapreso insieme a Nuove Idee Nuove Imprese?
Uno stimolo a focalizzare gli sforzi sul progetto e a chiarirne i contenuti, molta formazione, un network di relazioni produttivo. Pensiamo non solo al contatto coi docenti e gli enti organizzatori, ma anche alle scoperte che abbiamo fatto tra i nostri compagni di corso, da cui potrebbero sorgere collaborazioni altrimenti impensabili.

Se tu avessi davanti un politico col potere di legiferare, quale provvedimento gli chiederesti con attuazione immediata?
La lista rischia di essere abbastanza lunga. In quanto all’urgenza: adeguamento della politica fiscale in modo che si allinei agli altri paesi europei, come pure una politica salariale che vada nella stessa direzione. Si dice che Ford tenesse gli stipendi alti, poiché a comprare le auto dovevano essere gli stessi lavoratori della fabbrica. Se la ricchezza non viene distribuita, è difficile che i consumi aumentino.
Un punto focale sta nella necessità di incentivare le aziende ad investire in ricerca e sviluppo. Con Iconars ci piacerebbe reinvestire buona parte degli utili in risorse umane che si impegnino nella ricerca e sviluppo avanzato in ambito blockchain dedicato all’arte e ai settori collegati.

Sei convinto che la pandemia abbia solo creato danni o credi si siano anche aperte delle nuove opportunità?
Le catastrofi, per loro stessa natura, portano sempre un seme di rinascita. Durante la quarantena prolungata, siamo stati costretti a interrogarci sull’importanza della socialità e dei rapporti umani. Dal punto di vista dell’impulso produttivo, l’utilizzo obbligato della tecnologia dell’informazione ha spinto verso l’implementazione di competenze e supporti tecnici. Per noi ha significato prendere atto che la finanza decentralizzata e la tecnologia blockchain stanno prendendo piede poiché offrono nuove soluzioni a problemi ricorrenti. È arrivato il momento di immaginare nuove applicazioni e scenari anche nel mondo dell’arte e della cultura.

La pandemia ha rimodulato la tua idea di impresa o è rimasta invariata?
La risposta alla domanda precedente contiene già un’indicazione in questo senso. Con il tempo a disposizione ci siamo messi a studiare la tecnologia blockchain, i registri distribuiti, le DAO, gli NFT, tutti termini che avevamo nelle orecchie ma non riuscivamo mai a prenderci il tempo per approfondire cosa volessero dire esattamente. Abbiamo capito, studiando, che questa ondata di innovazione che si raccoglie sotto il cappello del Web3, non solo offre nuove e più efficaci soluzioni a molte pratiche esistenti, ma configura oggetti e pratiche nuove di cui ancora non si riescono a sfruttare – o addirittura immaginare – tutte le potenzialità. La nostra idea è nata molto prima della pandemia, ma essa ci ha praticamente costretto a studiare e a immaginarne i potenziali sviluppi.

Vi siete posti il tema dell’impatto ambientale della vostra attività? Avete immaginato soluzioni per attenuarle?
Una delle criticità sulla quale ci siamo più interrogati è stato proprio l’elevato consumo energetico dei sistemi blockchain “Proof of Work”. Abbiamo quindi ipotizzato di poter usufruire di fonti di energia rinnovabili e, in seguito, abbiamo capito che i sistemi “Proof of Stake” consumano molto meno elettricità. Inoltre cominciano a nascere blockchain attente a questo tema e che promettono sostenibilità e modelli green. Certamente curare questo aspetto e farsene merito è anche un potente strumento di marketing, poiché tocca tematiche urgenti e attuali, a cui l’opinione pubblica è altamente sensibile.
Ci ha fatto molto ridere quando Apple è riuscita a “vendere un’assenza”, cioè ha tolto i caricabatterie dai nuovi iPhone pur aumentandone il prezzo, dichiarando che è una scelta per preservare l’ambiente. Non ci sogniamo di arrivare a un colpo di genio simile, siamo però molto attenti a questo aspetto e cerchiamo le soluzioni migliori perché il nostro modello di sviluppo sia compatibile con i nuovi paradigmi.
In questa direzione, vorremmo ripetere e arricchire con l’apporto di partecipazioni in blockchain, progetti di rigenerazione dell’ambiente e dei luoghi di aggregazione sociale da noi presentati e premiati alle Nazioni Unite qualche anno fa. L’intelligenza collettiva conseguente allo sviluppo delle reti promette scenari in cui sia possibile costituire comunità transnazionali, capaci di sviluppare e finanziare progetti di valore sociale, ambientale, strutturale, economico. Sogniamo di poter creare un polo di attrazione globale per chi sente la necessità di collaborare alla trasformazione verso una civiltà più funzionale, equa, trasparente, sostenibile.

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